A luce spenta, raccolta di firme contro Maduro
Venezuela – scontri e saccheggi delle destre che guidano nuove violenze di piazza come nel 2014. Il governo riduce la settimana per gli impiegati del settore pubblico ma non il loro salario. L’opposizione spinge per arrivare alla cacciata del presidente. L’OSA l’appoggia.

di Geraldina Colotti per Il Manifesto
Il Venezuela è al lumicino e a ridurlo così è stato il presidente Nicolas Maduro? L’ex autista del metro è responsabile anche dei cambiamenti climatici ? Il suggerimento dei grandi media privati, in loco e all’estero, è palese.
La grave crisi energetica che ha colpito il paese, sarebbe la conseguenza di
scelte scellerate del governo bolivariano. E l’azione di El Niño – che la Nasa
ha definito il più devastante fenomeno naturale mai registrato – avrebbe
un’incidenza trascurabile: anche se la siccità ha quasi prosciugato il bacino
della centrale idroelettrica di Guri, che produce il 70% dell’elettricità
nazionale ed è il secondo più grande dell’America latina. Anche se, ancora in
questi giorni e in diverse occasioni nei mesi scorsi, diverse persone sono morte
o sono rimaste ferite nel tentativo di sabotare i tralicci: in un punto di
fragilità com’è quello della rete elettrica, gli “apagones” provocati (i black
out) sono, e non da oggi, un’arma di pressione per provocare scontento e danni.
El Niño, il cui effetto è esacerbato dall’accelerazione dei cambiamenti
climatici, produce alternanza di alluvioni e siccità, e ha già portato grossi
disastri in molti paesi dell’America latina. Per lo straripamento dei fiumi,
dagli ultimi mesi del 2015 a oggi, oltre 200.000 persone sono rimaste senza
riparo. Il Perù ha dichiarato l’emergenza nazionale. In Costa Rica, negli
ultimi due anni si è avuta la siccità più forte mai registrata dal 1930, con
conseguenze pesanti in tutta l’attività economica del paese.
Già a ottobre del 2015, la Fao ha lanciato l’allarme per gli effetti di El Niño
sulla semina che, da allora, ha provocato emergenze alimentari in 34 nazioni:
dall’Africa all’America latina e ai Caraibi, dalle Filippine all’Indonesia. Per
le devastanti siccità, molti governi latinoamericani hanno cercato di
proteggersi dalla crisi energetica riducendo la giornata lavorativa o le ore di
consumo. Nel 2014, lo ha fatto il Nicaragua. Nel 2015, il Panama ha chiuso in
anticipo gli uffici. Nel 2016, la Colombia ha deciso un risparmio energetico
tra il 5 e il 10%. E l’Argentina del neoliberista Macri, a dicembre del 2015 ha
dichiarato l’emergenza energetica fino al 2017 perché la rete elettrica è al
collasso.
In Venezuela, il governo Maduro, dopo aver accorciato la settimana lavorativa
degli impiegati pubblici, decretando il venerdì giorno feriale, in questi
giorni ha chiesto ai lavoratori del settore pubblico di stare a casa anche per
altri due giorni. Oltre ai salari – quelli degli impiegati pubblici hanno visto
nei mesi scorsi un aumento del 20% – verranno mantenuti i servizi essenziali.
La misura dovrebbe durare 15 giorni. Un piano di razionamento, previsto per 40
giorni, interessa invece soprattutto le zone residenziali, che consumano il 63%
dell’energia. Ogni giorno, il servizio elettrico verrà sospeso per 4 ore.
Intanto, nelle scuole, nei locali pubblici e in televisione, vengono diffusi
opuscoli che invitano a un uso razionale dell’acqua e della luce, intitolati
“El Niño non è un gioco, prendilo sul serio”.
Già nel 2010, quando governava Hugo Chavez, era stata dichiarata l’emergenza
nel settore. Durante il secolo scorso, El Niño ha provocato gravi danni al
Venezuela. Nella novella Caracas sin agua, Gabriel García Márquez
ha raccontato gli effetti di una delle peggiori siccità sulla vita della
capitale, nel ’58. La serie nera prosegue ora nel settimo periodo più secco
degli ultimi 60 anni.
Per l’opposizione, però, questa è l’ultima bomba a tempo che può scoppiare
nelle mani di Maduro. Sono riprese le violenze e le devastazioni delle
strutture pubbliche. Nello stato Zulia, uno dei più ricchi, il governatore
Arias Cardenas, chavista, ha reso pubblico un primo bilancio dei danni
provocati a oltre 70 locali commerciali e si è impegnato a risarcire i
commercianti in una pubblica riunione. E 103 persone sono state arrestate.
L’auto di un altro governatore è stata presa a raffiche di mitra.
Il governo ha invitato i lavoratori del settore elettrico (controllato dallo stato dal 2007) a vigilare contro i tentativi della destra di rovesciare il governo creando una situazione simile a quella degli scontri violenti del 2014.
In questi giorni, il Consejo Nacional Electoral ha consegnato all’opposizione i
moduli per avviare la procedura di revoca al presidente Maduro, possibile a
metà mandato per tutte le cariche elette. Per chiedere un referendum occorre
raccogliere le firme dell’1% degli aventi diritto, ossia circa 195.721 su
19.572.100. Per convocare un referendum, occorre raccoglierne non meno del 25%
(4.893.025), ma per arrivare alla revoca il totale dev’essere superiore al
numero di voti ottenuti da Maduro nel 2013, ovvero 7.505.338. Il tutto
certificato da impronte e documenti, che poi il Cne dovrà verificare. Se però
nel frattempo, a Maduro rimangono due anni di governo, il timone passa al
vicepresidente Aristobulo Isturiz, che terminerà il mandato senza indire nuove
elezioni. Per questo, l’opposizione vuole fare in fretta e, avendo la
maggioranza in Parlamento, ha approvato una legge con effetto retroattivo per
ridurre di metà il mandato del presidente. E ora accusa il governo di voler
fare melina, approfittando della crisi energetica e della chiusura degli
uffici.
Che il Venezuela non funzioni come un orologio svizzero, è un fatto,
trattandosi di un paese in via di sviluppo. Né si può pensare che l’esperimento
chavista – che ha scommesso di rinnovare lo stato basandosi sul consenso e non
sulla messa fuori legge delle classi dominanti – abbia scelto un cammino
facile, esente da errori e da approssimazioni. Lo sviluppo intensivo delle
infrastrutture, comunque vincolato a un punto cardine del programma di governo
– l’ecosocialismo – e al rispetto delle ferree norme del lavoro per le grandi
imprese internazionali, è stato rimandato per risolvere prima problemi
drammatici e urgenti (cibo, casa, terra, educazione, sanità..): per saldare,
cioè, l’enorme “debito sociale” contratto con i settori meno favoriti durante
gli anni del neoliberismo, imperante nella IV Repubblica.
Quando, nel 1998, Chavez ha vinto le elezioni (con un ampio margine di consensi
e a capo di un’alleanza di sinistra e nazionalista mossa da scontento e
proposte), il 70% viveva in povertà, oltre il 20% in povertà estrema, la
maggioranza delle popolazioni indigene non votava e non era censita, il tasso
dell’analfabetismo, dell’inflazione e della violenza, raggiungevano livelli
stellari. Basta ripercorrere gli indicatori statistici di allora: a parte una
ristrettissima cerchia di persone, che controllava affari e risorse, la
stragrande maggioranza della popolazione non stava certo meglio di adesso.
Il Venezuela socialista ha consentito l’accesso al consumo a vasti strati che
prima ne erano esclusi, favorendo anzi la corsa al consumismo e
all’accaparramento e diventando uno di primi consumatori di cellulari e nuove tecnologie
del continente. Un boom che ha pesato anche sulla rete elettrica, rendendo
inadeguati i tentativi di ammodernamento. Nonostante la drastica caduta del
prezzo del petrolio, il Venezuela continua a destinare oltre il 70% delle
entrate ai programmi sociali.
L’intensificarsi dei sabotaggi e della crisi economica con la morte di Chavez e
la vittoria – di stretta misura – di Maduro sull’avversario di destra, Henrique
Capriles Radonski, hanno però rallentato alcuni investimenti cardine nel
settore. La centrale di Tocoma, sempre nel sud, che avrebbe generato la metà
dell’energia che oggi produce l’idroelettrica Simon Bolivar, nell’omonimo
stato, colpita ora dalla siccità, è rimasta incompiuta. E ha pesato anche la
corruzione che ha prodotto un’emorragia di fondi pubblici verso fini privati.
Intanto, mentre le destre intensificano la campagna internazionale, le sinistre
e i movimenti denunciano il golpe istituzionale che, dal Brasile al Venezuela,
riprende un format utilizzato in precedenza contro Manuel Zelaya in Honduras e
contro Fernando Lugo in Paraguay. Ieri, il capo dell’Osa, Luis Almagro, ha
incontrato i vertici dell’opposizione e ha già fatto sapere che, contro il
governo è pronto ad approvare la Carta democratica per sospendere il Venezuela
dall’Osa.
Fonte: Il Manifesto
Notizia del: 30/04/2016